Pinacoteca
Francesco Piazza
Questa Pinacoteca si configura come un luogo di esplorazione e riflessione profonda, dove il rapporto con la natura supera la mera rappresentazione visiva per trasformarsi in una ricerca stratificata che intreccia storia, materia e pensiero.
L’ispirazione fondante trae linfa dall’eredità intellettuale di Francesco Minà Palumbo.
Medico, scienziato e naturalista, la sua visione della conoscenza come sorgente inesauribile, capace di restituire complessità all’osservazione del reale, risuona oggi come un appello all’indagine consapevole e rispettosa.
In un’epoca in cui il termine “divulgazione” era ancora lontano dalla sua accezione moderna, Minà Palumbo incarnava già un approccio etico alla condivisione del sapere, promuovendo la comprensione del mondo naturale non per dominio, ma per armonia e salvaguardia. Quest’attenzione scrupolosa al dettaglio, questa
dedizione instancabile all’indagine del vivente, costituiscono l’essenza di una sensibilità ecologica ante litteram. Il percorso espositivo si rivela, dunque, come un racconto corale, imperniato sulla sacralità intrinseca del paesaggio e su una radicata responsabilità, sia poetica che politica, verso l’ambiente.
È una risposta intima e collettiva alle pressanti urgenze ecologiche e sociali che interrogano le nostre coscienze, invitandoci a riflettere sul precario equilibrio del nostro ecosistema. Nello spazio dedicato alla Pinacoteca, si percepisce distintamente l’anima di Minà Palumbo, e il legame con l’ambiente non si limita mai alla semplice contemplazione, ma diviene un’autentica occasione di armonizzazione e reciprocità che ci esorta a riconoscere le nostre radici più profonde e a meditare sul destino comune che ci lega indissolubilmente alla terra.
Piero Roccasalvo RUB
Corpo#1, Corpo#2, Corpo#4, Corpo#8, 2024 Graphite e gesso su cartoncinoLa dimensione mitopoietica, popolata da un singolare bestiario antropomorfo che coniuga l’arcaicità primigenia con le suggestioni dell’immaginario contemporaneo, è il campo d’azione di Piero Roccasalvo Rub. Le sue figure ibride incarnano la metamorfosi come emblema di una trasformazione radicale dell’essere, un processo alchemico in cui l’umano rinegozia la propria collocazione in un ciclo vitale condiviso. La meticolosa attenzione ai dettagli – la texture epidermica, la pregnanza dei gesti, la qualità delle materie – dischiude un viaggio nelle stratificazioni profonde della memoria primitiva, un territorio inesplorato dove il passato mitico guida l’immaginazione verso inedite forme di coesistenza armonica con la natura.
Regine Hildebrandt
Acantus Disegno preparatorioNella pratica di Regine Hildebrandt, la natura è segno, struttura ritmica, principio generativo. L’artista elabora alfabeti visivi in cui elementi vegetali si organizzano in trame ripetitive, quasi musicali, restituendo un’idea di crescita e proliferazione silenziosa. La stampa serigrafica diventa per lei uno strumento di contemplazione e rigore, capace di trasformare il dettaglio botanico in forma essenziale, dove tradizione e astrazione si fondono in un’unica visione. Il suo lavoro si inserisce come una meditazione visiva sull’ordine organico delle cose, dove ogni elemento — foglia, ramo, fiore — è insieme segno e simbolo di un linguaggio originario, ancora presente nelle pieghe del tempo naturale.
Gianni Eros Cusumano
Metamorfosi #1, Metamorfosi #2, 2015 Positivo diretto su vetro realizzato con la tecnica del collodio umido. Lastra protetta con vernice alla sandracca e opacizzata sul retro con bitume Gianni Cusumano restituisce l’idea di una fisicità in transito, posta lungo il confine labile che distingue il residuo biologico dalla sedimentazione arborea, come se la materia organica conservasse in sé l’eco di una trasformazione latente, prossima a quella zona d’indiscernibilità, dove natura, forma e vita, cessano di essere distinte. Le sue opere si collocano nel punto critico dell’indistinzione, in cui l’immagine diviene reliquia dell’origine condivisa di specie e paesaggi. La superficie fotografica, fragile e specchiante, non è semplice supporto, ma zona liminare in cui l’apparenza si trasforma in materia interrogativa. In questo spazio sospeso, il confine tra umano e non-umano si dissolve, restituendo una riflessione sulla continuità del vivente e sulla porosità dell’identità.Alessandro Di Giugno
Fotografie della serie Verde, magenta e nero, 2017/2022Le ferite inferte dagli incendi ai paesaggi madoniti sono narrate da Alessandro Di Giugno attraverso uno sguardo critico e volutamente provocatorio. Nelle sue fotografie, la tonalità del verde si carica di una potente ambiguità semantica, passando da un sussurro di latente speranza a un’aspra denuncia dello scempio perpetrato. Le immagini, attraversate da una tensione palpabile che coniuga l’estetica dello sguardo all’urgenza etica, trasmutano il dolore in una meditazione di profonda intensità contemplativa. Egli registra con attenzione le cicatrici indelebili impresse dalla mano dell’uomo sul corpo vulnerabile della natura, offrendo al contempo una riflessione sulla sua capacità di opporre resistenza e di innescare, tenacemente, processi di rigenerazione.
Samantha Torrisi
Strada per Liccia, 2024 Olio su telaLa pittura di Samantha Torrisi si articola secondo un’estetica della sospensione e dell’evanescenza, restituendo un orizzonte rarefatto in cui ambiente e memoria si compenetrano fino a dissolvere i confini del reale. I margini si attenuano in una luce diffusa, mentre la strada — solitaria e priva di una direzione conclusa — assume il valore simbolico di un tempo interiore. In questa atmosfera diafana, la presenza umana si rivela come un’impronta: un segno che altera, senza cancellarla, la grammatica originaria del paesaggio che l’artista concepisce non come semplice sfondo, ma come ente sensibile, attraversato dal tempo e dall’esperienza e punto di incontro tra l’umano e il naturale. È su questo confine incerto che affiora la fragilità del nostro abitare il mondo: una condizione precaria, ma ancora aperta alla possibilità dell’ascolto e della cura.
Demetrio Di Grado
Salvezza, 2024 Collage analogicoIl linguaggio del simbolismo è tradotto in una narrazione visiva che celebra la figura femminile come principio generatore primario, evocando la presenza mitologica di Gea quale archetipo universale della Madre Terra. Elementi desunti dal regno naturale e frammenti della corporeità umana si sovrappongono e si intersecano, componendo un complesso intreccio in cui il tema della rigenerazione assume un ruolo centrale e fondante. Le immagini che scaturiscono da questo processo creativo, animate da una sottesa energia primordiale, invitano lo spettatore a riconoscere nella terra e nel sistema delle radici la matrice originaria comune e la latente possibilità di una rinascita collettiva e condivisa.
Alessandra Calò
HERBARIUM – i fiori sono rimasti rosa, 2022 Stampa fotografica fine art su carta di gelso giapponeseLe piante spontanee sono elevate a fulcro di una ricerca che oscilla tra la rigorosa disamina scientifica e una profonda riflessione esistenziale. L’artista conduce un’indagine minuziosa sulla morfologia e sulla straordinaria capacità di resistenza di queste specie vegetali, svelando un’intelligenza connaturata all’universo botanico, capace di convertire la debolezza in tenacia. Ogni singola pianta si rivela, in tal modo, come un segno vivente, manifestazione eloquente in cui la precisione analitica dell’osservazione incontra la profondità contemplativa del pensiero. Attraverso questa lente, emerge una potenza trasformativa insita nel mondo naturale, una forza silente che riscrive le dinamiche del legame ancestrale uomo/ambiente.
Max Serradifalco
The satellite garden 6. Australia, 2014 Fotografia satellitare – stampa gliclèe. Carta fotografica Hahnemuhle su pannello DibondUna prospettiva remota, che armonizza la precisione analitica dello sguardo satellitare con una sottesa intenzione lirica e profondamente interpretativa, è il punto di partenza dell’indagine sulla morfologia terrestre di Max Serradifalco. I paesaggi, sottratti al consueto sguardo diretto, si rivelano come sofisticate mappe di una geografia mentale e sensoriale, laddove l’ordine del mondo naturale dischiude i suoi nessi più reconditi. L’immagine, lungi dal risolversi in un mero documento oggettivo, si offre quale strumento ermeneutico privilegiato: una cartografia poetica di un pianeta che interroga tacitamente la coscienza di chi lo abita.
Roberto Amoroso
Twin-dream, 2019 Acrilico su telaIn quest’opera, l’artista plasma figure archetipiche ed entità ibride, emerse da una riflessione sulla connessione che lega il mondo fenomenico a quello virtuale. La ricerca si concentra sull’esplorazione delle connessioni tra identità, corpo, tecnologia e immaginario contemporaneo, delineando una trama in cui si intrecciano segni organici e feticci di potere. Queste presenze ambigue dissolvono i confini dell’identità personale, incarnando una dialettica che coinvolge l’individuo e l’ambiente. Gli elementi che compongono la figura, densi di rimandi mitici e culturali, convivono in una narrazione che unisce seduzione e fragilità, invitando a ripensare il ruolo umano non più come centro, ma come parte di un tutto vitale e corale, dove ogni frammento partecipa a un equilibrio condiviso.
Giovanni Gaggia
Miratus sum, 2011 Ricamo oro su linoIl lavoro di Gaggia si contraddistingue per una peculiare intensità meditativa, in cui la relazione dialettica tra manufatto artistico e ente naturale assume connotazioni rituali intrise di sacralità. La pratica del ricamo dorato su una campitura cromatica rossa si eleva a gesto sacro, trascendendo la mera tecnica esecutiva per affermarsi come un atto di cura meticoloso, evocativo del ritmo vitale che anima il cosmo. Il Giglio, emblema di purezza spirituale e di devozione mariana, è il fulcro narrativo di una rappresentazione che supera i confini della cronaca storica, radicandosi in un linguaggio simbolico universale, capace di risuonare con le leggi profonde che governano il mondo e le sue incessanti metamorfosi.
Michele Bono
Spugne, 2016 TerracottaIspirate alle spugne marine che l’artista osservava da bambino nel tratto di mare antistante l’isola Ferdinandea, le sculture di Michele Bono assumono la forma di corpi porosi, silenziosi custodi di una memoria biologica sommersa. Le superfici traforate sembrano affiorare da una materia arcaica vivente, dove il rigore dell’osservazione scientifica si intreccia a una sensibilità profondamente poetica. Ogni sfera è organismo e allegoria insieme: fragile nel corpo, ma densa di significati, come un archivio tacito di un’intelligenza naturale che il tempo non ha cancellato. La spugna, simbolo di equilibrio e purificazione, è elemento filtrante e presenza vigile, testimone discreta di un ecosistema invisibile e minacciato.
Federica Bartoli
Conca3#, 2024 Terracotta smaltata e solfato ferroso La memoria dell’ acqua, 2024 Tecnica mista su carta da lucidoNel lavoro di Federica Bartoli, ceramica e disegno si presentano come stati complementari di una memoria geologica che prende forma e lascia traccia. Conca3# assume l’aspetto di una cavità ancestrale, modellata dalla pressione degli elementi e stratificata in superfici smaltate, dove il tempo sembra essersi depositato in velature cromatiche. La carta La memoria dell’acqua, posta in corrispondenza, ne traduce l’impulso primigenio in una dimensione più rarefatta: il segno è liquido, sedimentato sulla carta come una cartografia attraversata da pigmenti disciolti e tracce erranti. Le due opere si configurano come la proiezione dell’intimità minerale del territorio, riflettendo al contempo l’eredità scientifica e naturalistica della collezione.
Laura Pitingaro
Il silenzio incantatore, 2023 Installazione sonoraQuesta installazione avvolge il visitatore in una dimensione polisensoriale, un intreccio evocativo di suoni, atmosfere e vibrazioni. Omaggio ai sentieri madoniti e alla figura di Minà Palumbo, l’opera raccoglie il respiro dei boschi e le voci arcaiche della processione di Sant’Anna, traducendoli in una narrazione acustica che richiama ad una relazione viva con il territorio. Ogni traccia sonora è un frammento di memoria che compone un mosaico di risonanze emotive e intellettuali. Il field recording diventa linguaggio poetico, capace di esplorare l’intimo rapporto che unisce tradizione e natura.
Maria Vinci
Il nido (Serie: Il respiro del tempo), 2010 Olio su telaUna visione onirica in cui la potenza simbolica dell’albero si fonde con la fragilità dell’uovo. La grande quercia, radicata nel tempo come sentinella millenaria, accoglie un guscio delicato, emblema di fertilità e rinascita. La composizione si configura come una metafora visiva della tensione perenne che unisce protezione e vulnerabilità, permanenza e trasformazione. Le radici si immergono nel passato, mentre i rami protendono verso orizzonti futuri, articolando una riflessione sulla continuità armonica che lega l’essere umano al paesaggio che lo genera.
Cetty Previtera
Biodiversità. Come in cielo così in terra, 2024 Olio su telaCetty Previtera concentra la propria ricerca su un microcosmo che sfugge allo sguardo abituale: un universo effimero, attraversato da ritmi cromatici e da iridescenze cangianti. La sua indagine artistica restituisce forme di equilibrio invisibili, portando alla luce una struttura profonda che trasfigura il dettaglio naturale in segno universale. Coniugando rigore analitico e sensibilità poetica, l’artista compone configurazioni visive che mettono in risonanza la leggerezza della luce, la densità materica e la forza evocativa del colore, dando forma a una narrazione silenziosa che esplora la dimensione nascosta dell’infinitamente piccolo.
CCTVYLLE di Gianluca Bonomo
Gallery (galleria di videocamere a circuito chiuso volanti), 2014 Disegno a matita su cartaUna allegoria sulla pervasività del controllo nella contemporaneità: creature ibride, risultato dell’innesto fra avifauna e dispositivi di sorveglianza, incarnano la metamorfosi forzata in occhio onnipresente, emblema di un ambiente assoggettato a una visione costante e invasiva. Disposte in serie lungo un filo, evocano la metodica normalizzazione dell’osservazione come strumento di dominio. Il collettivo CCTVYLLE riflette sulla dissoluzione del limite tra osservare e sorvegliare, naturalezza e intrusione sistematica. L’opera evidenzia quelle derive insite nei processi di ibridazione che legano il biologico all’artificiale; una compenetrazione ormai divenuta condizione strutturale del paesaggio, dove la natura non è più entità autonoma ma frammento incorporato in sistemi di controllo, riproduzione e simulazione
Fonte&Poe
La giostra dell’avvicinamento (rituale per 8 persone e 8 rapaci imbalsamati), 2015 Video (durata 10’)Gli artisti mettono in scena una liturgia profana, in cui scienza, allegoria e memoria naturalistica si intrecciano in un gesto precario e ripetitivo. Gli otto rapaci imbalsamati della collezione Minà Palumbo assistono al dissolversi dell’uovo di ghiaccio, emblema di una nascita negata, di un’origine condannata a disfarsi. L’ottagono invisibile, cifra geometrica che nella tradizione architettonica di Castelbuono media tra il quadrato e il cerchio, articola un rito che espone lo squilibrio tra umano e animale, esistenza e conservazione, credenza e sapere. L’opera mette in questione la possibilità di un contatto sempre in sospeso: lo sguardo vitreo dei rapaci, come quello umano, resta inerte, senza risposta.
